Native English Speakers are the world’s worst communicators

Di Lennox Morrison – pubblicato il 31 ottobre 2016 su BBC Capital

Traduzione di metaphraze

Suddenly the American or Brit walks into the room and nobody can understand them – Chia Suan Chong*
*Ed ecco che, all’improvviso, arriva l’americano o l’inglese di turno e nessuno riesce a capire un’acca di ciò che sta dicendo (n.d.t.: notare l’utilizzo del singular they nella frase originale)

Una parola, una sola. E tuttavia questa parola – contenuta in un’email – era bastata a causare ingenti perdite alla multinazionale.
L’email, scritta in inglese, era stata inviata da un parlante nativo ad un collega per cui l’inglese non era prima lingua. Trovandosi di fronte ad una parola sconosciuta, il destinatario della mail era andato a cercarne il significato sul dizionario; il lemma aveva due definizioni opposte. Il malcapitato aveva scelto quella sbagliata…
Qualche mese più tardi, interrogandosi sui motivi che avevano causato il fallimento di quel progetto e la perdita di svariate centinaia di migliaia di dollari, la dirigenza della società si era resa conto che tutto era partito da quella parola.
“Le cose sono finite fuori controllo perché le parti in causa avevano un’idea opposta di quello che stava succedendo” – dice Chia Suan Chong, formatrice esperta in comunicazione interculturale.

“Quando si verificano situazioni del genere, di solito la colpa è da attribuire ai parlanti nativi: paradossalmente, essi hanno molta più difficoltà a trasmettere un’informazione in inglese rispetto a coloro che parlano l’inglese come seconda o terza lingua” – continua la Chong.

La maggioranza dei madrelingua inglesi è contenta del fatto che l’inglese sia diventato la nuova lingua franca del mondo: in questo modo, non devono preoccuparsi di perdere tempo ad imparare una lingua straniera. Spesso però succede, ad esempio durante una riunione, di avere allo stesso tavolo persone provenienti da diverse parti del mondo che utilizzano l’inglese come lingua veicolare. Tutti si capiscono perfettamente. Ed ecco che, all’improvviso, arriva l’americano o l’inglese di turno e nessuno riesce a capire un’acca di ciò che sta dicendo.

“Native speakers of English generally are monolingual and are not very good at tuning into language variation” – Prof. Jennifer Jenkins, University of Southampton*
*I parlanti nativi di inglese di solito non conoscono altre lingue al di fuori della propria ed hanno difficoltà ad adattarsi alla variazione linguistica

I non anglofoni che si cimentano con l’inglese attribuiscono molta importanza al significato delle parole e allo scopo della comunicazione; ciò è tipico di chi parla più di una lingua. D’altro canto gli anglofoni tendono a parlare troppo velocemente, ad usare battute ed espressioni gergali o dialettali con riferimenti alla propria cultura, senza curarsi se i loro interlocutori comprendano o meno ciò che stanno dicendo. Nelle email di lavoro, poi, tendono ad utilizzare acronimi e abbreviazioni che risultano poco chiari e causano confusione (ad esempio OOO al posto di out of office).
“Da ciò si evince che i parlanti nativi risultano poco propensi ad adattarsi e ad adattare la propria lingua alle esigenze comunicative degli interlocutori” – conclude la Chong.

Se guardiamo ai numeri, però, ci rendiamo conto che gli anglofoni potrebbero necessariamente trovarsi nella condizione di dover ricalibrare il proprio ruolo. Il rapporto tra parlanti non nativi e nativi, infatti, si attesta sul 3 a 1.

“Quando l’inglese è usato come lingua franca – come comune denominatore tra interlocutori che non condividono la loro lingua madre – si riscontra una situazione di svantaggio e difficoltà di comunicazione, comprensione ed interpretazione da parte dei parlanti nativi di inglese.” – afferma la Professoressa Jennifer Jenkins dell’Università di Southampton.

I parlanti non nativi prediligono una lingua semplice, fatta di lessico e sintassi molto basilari, privi di abbellimenti o di espressioni idiomatiche. La comprensione di questo tipo di inglese risulta semplice, diretta.

[…]

Quando si comunica in contesti in cui l’inglese è la lingua franca – quando, cioè, le competenze linguistiche dei parlanti sono differenti – è importante essere aperti, disponibili ad adattarsi, flessibili ed accomodanti: il modo in cui l’inglese viene utilizzato dai parlanti non nativi è molto variabile.

I parlanti non nativi, per il solo fatto di aver imparato un’altra lingua, sanno bene cosa significa essere chiari e diretti; i parlanti nativi, al contrario, solitamente conoscono solo una lingua e sono poco propensi all’adattamento e alla variazione linguistica.

Durante le riunioni di lavoro, ad esempio, gli anglofoni parlano alla velocità che considerano normale ed accettabile, e si aspettano lo stesso dai loro interlocutori. Spesso succede che il parlante non nativo faccia una pausa, magari per cercare le parole adatte a formulare una frase che abbia senso compiuto. Il parlante nativo si intrufola in queste pause, quasi a voler riempire dei vuoti nella conversazione.

Spesso capita, quindi, che un incontro di lavoro si concluda senza la certezza che il messaggio o le informazioni salienti siano state trasmesse in modo corretto.

Leggi l’articolo originale qui (in inglese)

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